Isis bianco e Isis nero,
la guerra miope
dell’Occidente

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“Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”.

Se dovessi scegliere una frase capace di riassumere i dibattiti sentiti nelle ultime settimane, sceglierei questa lapidaria affermazione di Oriana Fallaci. Una frase che, ripresa oggi, suona pericolosa e irresponsabile perché soffia sul fuoco di un incendio che divampa nelle nostre società. È la fiamma della diffidenza e dell’ignoranza (nel senso letterale del termine) nei confronti di un mondo, quello dell’Islam, troppo ampio e variegato per essere ridotto ad una battuta camuffata da sentenza.

Non voglio dimostrare qui quanto questa affermazione sia falsa, facendo un elenco di tutti i “terrorismi” di matrice politica, ideologica, mafiosa che hanno segnato la nostra storia recente. Penso alle pulizie etniche nei Balcani, al terrorismo di matrice politica o mafiosa, al terrorismo indipendentista, alle stragi dei narcos, al terrorismo fanatico perpetrato da cani sciolti, puristi della “razza bianca”, in Europa o Stati Uniti.

E lasciamo stare l’idea di “Islam moderato”. Come si può essere “moderatamente” credenti. Ripenso alla frase: “Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né caldo, io sto per vomitarti dalla mia bocca” (dal libro dell’Apocalisse 3, 15-19). Ho personalmente conosciuto persone di religione islamica che erano tutto fuorché “moderate”, ma non per questo erano violente o contrarie ai valori delle democrazie occidentali. Il problema non, dunque, il credere in sé, ma le conseguenze e le azioni che derivano dal credere.

Per questo sarebbe molto più importante preoccuparsi non dell’Islam in sé, ma di alcune sue correnti – minoritarie ma potenti – che continuano ad alimentare lo stesso scontro. Mi riferisco in particolare al wahabismo, movimento “reazionario” sunnita che si è affermato a partire dal XVIII secolo nella penisola arabica.

Perché la lotta al terrorismo passa certamente dal controllo del mercato delle armi e dal contrasto alle fonti di finanziamento dei gruppi, ma non può prescindere da una battaglia culturale ed educativa.

Algerian writer and journalist Kamel Daoud poses as part of a meeting with a journalist in Marseille, southern France, on October 27, 2014. Daoud received the Francois Mauriac literary award for his book "Meursault, contre-enquete" (Meursault, counter-investigation). AFP PHOTO / BERTRAND LANGLOIS

Algerian writer and journalist Kamel Daoud  AFP PHOTO / BERTRAND LANGLOIS

Lo ha spiegato bene lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud in un articolo apparso sul New York Times (e tradotto in Italia da Internazionale), in cui contrappone a uno “Stato islamico nero” (l’Isis o Daesh appunto), uno “Stato islamico bianco”, ovvero l’Arabia Saudita.

“Nella sua lotta al terrorismo, – scrive Daoud – l’Occidente è in guerra con l’uno ma stringe la mano all’altro. Si vuole salvare la storica alleanza strategica con l’Arabia Saudita dimenticando che questo regno si fonda su un’altra alleanza, con una gerarchia religiosa che produce, legittima, diffonde, predica e difende il wahabismo, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Isis”.

Lo scrittore algerino si riferisce in particolare alla “Fatwa valley, una sorta di Vaticano islamista dotato di una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e politiche editoriali e mediatiche aggressive”.

Dimenticando questo l’Occidente, conclude Daoud,  finirà per combattere una “guerra miope poiché prende di mira l’effetto e non la causa. L’Is è una cultura prima di essere una milizia: come impedire che le generazioni future scelgano il jihadismo se non sono stati arginati gli effetti della Fatwa valley e della sua immensa industria editoriale?” Un mondo economico e culturale che ha finanziato la costruzione di moschee e centri culturali in molte parti del mondo, dai Balcani all’Africa, diffondendo una visione della religione ben diversa da quella già presente in quei territori.

C’è una scena del film Timbuktu del regista Abderrahmane Sissako che spiega, meglio di tante parole, come questa visione sia in netto contrasto con quella tradizionalmente presente nel continente.

Un proselitismo che corre anche in rete spingendo sempre più giovani ad unirsi alla loro lotta.

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Takoua Ben Mohamed – autrice del progetto “Il Fumetto Intercultura

“Alcuni musulmani che vivono in Occidente non certo la maggioranza, – afferma all’Ansa Takoua Ben Mohamed, giovane Grafich Journalist, nata in Tunisia ma cresciuta in Italia –  vivono un conflitto identitario tra la tradizione dei Paesi d’origine e il modo di vivere europeo. A volte dipende dalle famiglie che non hanno saputo educarli: ci sono giovani musulmani che non conoscono neanche i principi dell’Islam e magari se li vanno a cercare su internet, che è il posto peggiore, perché lì ognuno può dirsi esperto e insegnarti quello che vuole. Tutto questo può portare chi vive un conflitto identitario forte sulla strada del radicalismo”.

11232720_1025534504133913_6367075113171197643_oUna deriva in cui gioca un ruolo importante anche l’informazione e il “terrorismo mediatico” di chi, sui medi Occidentali, continua a ripetere “tutti i terroristi sono musulmani” perché si finisce per amplificare quel conflitto che cova nel cuore di molti giovani, rischiando di spingerli tra le mani di chi ne vuole fare dei combattenti.

È questo il rischio che si corre quando le nostre parole e i nostri sguardi finiscono per considerare ogni donna che porta il velo ed ogni uomo con la barba come una minaccia. Perché il fondamentalismo è un problema con cui il mondo musulmano (e non solo) è chiamato a confrontarsi, ma colpevolizzando un’intera religione si finisce per amplificarne gli effetti piuttosto che risolverli. 

“Ci sono persone confuse – conclude Ben Mohamed -, e sentirsi continuamente provocati dai media può innescare in loro una reazione verso il radicalismo. Il linguaggio dell’informazione è veramente importante, può combattere il terrorismo ma può anche aiutarlo”.

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