Quando l’Europa si divideva su Mandela: eroe o terrorista?

Murales dedicato a Mandela (Milano) - realizzato da Ivan

Murales dedicato a Mandela (Milano) – realizzato da Ivan

Chissà se il premier britannico David Cameron si ricorda ancora di quel viaggio in Sudafrica. Era il 1989, l’anno del suo ventitreesimo compleanno, quando il futuro leader conservatore arrivò nel Paese che ancora non aveva abbandonato l’apartheid come componente di una “missione d’indagine”. A pagare la trasferta fu lo Strategy Network International, lobby che si batteva per rimuovere le sanzioni internazionali imposte contro il regime razzista.

Cameron in un recente viaggio in Sudafrica

Cameron in un recente viaggio in Sudafrica

Difficile in ogni caso che Cameron di quell’episodio abbia parlato, molti anni dopo, con l’uomo che di quel regime era il nemico pubblico ‘numero uno’, Nelson Mandela. Fu però dopo quell’incontro, nel 2006, che il giovane politico britannico fece marcia indietro sulle posizioni espresse in passato dal suo partito nei confronti dell’African national congress (Anc) di Madiba e del suo avversario, il partito nazionalista.

Non fu un’operazione facile, quella di Cameron, perché significava andare contro quella che per tutti i conservatori britannici è ‘la’ leader per eccellenza, Margaret Thatcher. Ancora nel 1987, circa tre anni prima della liberazione di Mandela – che ne aveva già passati in carcere 24 – ‘Maggie’ aveva espresso un giudizio senza appello: “L’Anc è una tipica organizzazione terroristica”. Nel panorama politico britannico, del resto, era in buona compagnia: il parlamentare conservatore Teddy Taylor, negli stessi anni sosteneva “a Mandela bisognerebbe sparare” e l’organizzazione studentesca del partito arrivò a coniare lo slogan “Impiccate Mandela”, da stampare su adesivi.

Un panorama molto diverso, insomma, da quello tracciato dalla baronessa Catherine Ashton un anno fa, all’indomani della morte del leader premio Nobel, quando l’allora ‘ministro degli esteri’ dell’Unione europea dichiarò: “Più di chiunque altro Nelson Mandela ha ispirato la mia generazione e il nostro mondo”.

In generale, il rapporto dell’Europa con l’eroe della lotta di liberazione sudafricana non è (quasi) mai stato a senso unico. Anche nell’Inghilterra thatcheriana esistevano comunque voci come quella del parlamentare laburista Tony Benn, il primo deputato a depositare una mozione contro l’apartheid.

Né altri Paesi erano meno divisi: la Francia, che pure durante la presidenza Mitterrand fu il primo Paese europeo ad accogliere Mandela tornato libero aveva aspettato fino al 1977 (Madiba era già da anni recluso a Robben Island) per applicare un embargo sulle armi nei confronti del regime di Pretoria.

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La Germania, a lungo prima linea di quella guerra fredda in cui l’Anc era considerato una delle avanguardie sudafricane dei ‘rossi’, addirittura sembrava guardare con maggior favore – nel 1990 in cui Mandela uscì dal carcere – a un altro leader sudafricano, il ben più controverso principe zulu Mangosuthu Buthelezi.

downloadUn’eccezione all’altalenante comportamento europeo è stata senza dubbio l’Italia. Non bisogna ad esempio meravigliarsi se quest’anno, per alcune settimane nel complesso della corte costituzionale a Johannesburg è stata allestita una mostra dedicata a… Reggio Emilia. La città infatti ha ospitato, durante gli anni della lotta anti-segregazionista, molti dei leader della resistenza, compreso Oliver Tambo, che di Mandela fu il socio prima – da avvocato – e quasi un ‘luogotenente’ alla guida dell’Anc poi, durante la prigionia di Madiba.

E sono ben quattro le onorificenze concesse nel nostro Paese al prigioniero Mandela: tre cittadinanze onorarie, quelle di Roma, Firenze e Bologna e una laurea ad honorem in Scienze politiche dell’università di quest’ultima città. La data? Era il 1988, quando altrove il futuro premio Nobel per la pace era ancora considerato ‘terrorista’. 

da Johannesburg DAVIDE MAGGIORE per Africaeuropa 

 

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